mercoledì 12 gennaio 2011
domenica 24 ottobre 2010
ciao ciao
E' stato bello, ma bordopagina ha finito la sua storia, o -forse, meglio- io ho finito con bordopagina.
Lo saluto con affetto, e saluto anche voi, che lo avete letto.
Ci si vedrà altrove, in altri modi.
Lo saluto con affetto, e saluto anche voi, che lo avete letto.
Ci si vedrà altrove, in altri modi.
mercoledì 13 ottobre 2010
la più vile gradazione di biondo
"I capelli erano castani, ma mesi di pioggia e di polvere li avevano ridotti alla più vile gradazione di biondo."
E, nonostante: la crisi, la gerontocrazia, le riforme che tagliano, le prospettive scoraggianti, la globalizzazione, ed altre cose che potremmo aggiungere; nonostante questo, c'è in giro qualche diciottenne che, a margine di un'ora di lezione, viene a dirti che lì, in quella intuizione sull'incuria di una capigliatura, si riesce a cogliere la pena umana di una guerra.
E, nonostante: la crisi, la gerontocrazia, le riforme che tagliano, le prospettive scoraggianti, la globalizzazione, ed altre cose che potremmo aggiungere; nonostante questo, c'è in giro qualche diciottenne che, a margine di un'ora di lezione, viene a dirti che lì, in quella intuizione sull'incuria di una capigliatura, si riesce a cogliere la pena umana di una guerra.
domenica 10 ottobre 2010
lavasecco e narrazioni
Sto riascoltando l'audiolibro di Caos calmo, in auto, nei brevi tragitti quotidiani, specie la mattina, quando il cervello vuole risintonizzarsi sulla giornata che inizia, sulle sue epiche o minime lotte, con un po' di grazia (la palata di tristezza irrorata dalla stampa quotidiana, quella, me la concedo con l'ottima rassegna di stampa di SkyTG24).
Anche al mio novenne primogenito l'ascolto della roca voce di Veronesi, e della storia connessa, piace. Stamane, mentre parcheggiavamo all'Ipercoop per andare a ritirare dalla lavanderia un po' di panni della bella stagione che è ormai alle spalle, Andrea mi ha detto:
"Adesso, Pietro Paladini che fa? Ha quarantanove anni, vero?
"Quarantanove?"
"Eh sì, all'inizio dice che ne ha quarantatre, e la storia è del 2004. Giusto?"
"Giusto."
"E allora, che fa adesso?"
(Intanto, infiliamo la tessera della lavasecco nella fessura del dispenser automatico).
"Fa il protagonosta di questo libro."
"Ma non è una storia vera?"
"No. Sì."
"No o sì?"
(Ed ecco, che escono le maglie ed i vestitini leggeri).
"No: non c'è un Pietro Paladini cui sono successe queste cose."
"Ah."
"Però il racconto è bello, vero?"
"Sì."
"E allora c'è questo racconto, e questo racconto è vero."
"Ah. E' vero perchè è meglio di tante altre storie vere?"
"Mi sa di sì. Direi di sì."
"Ah."
"Grazie, Andrea."
Anche al mio novenne primogenito l'ascolto della roca voce di Veronesi, e della storia connessa, piace. Stamane, mentre parcheggiavamo all'Ipercoop per andare a ritirare dalla lavanderia un po' di panni della bella stagione che è ormai alle spalle, Andrea mi ha detto:
"Adesso, Pietro Paladini che fa? Ha quarantanove anni, vero?
"Quarantanove?"
"Eh sì, all'inizio dice che ne ha quarantatre, e la storia è del 2004. Giusto?"
"Giusto."
"E allora, che fa adesso?"
(Intanto, infiliamo la tessera della lavasecco nella fessura del dispenser automatico).
"Fa il protagonosta di questo libro."
"Ma non è una storia vera?"
"No. Sì."
"No o sì?"
(Ed ecco, che escono le maglie ed i vestitini leggeri).
"No: non c'è un Pietro Paladini cui sono successe queste cose."
"Ah."
"Però il racconto è bello, vero?"
"Sì."
"E allora c'è questo racconto, e questo racconto è vero."
"Ah. E' vero perchè è meglio di tante altre storie vere?"
"Mi sa di sì. Direi di sì."
"Ah."
"Grazie, Andrea."
martedì 21 settembre 2010
pronomi personali dopo pordenonelegge.it
Io ho visto, sabato, nella pancia di un greve giorno di pioggia, le sale piene, la città animata di una vitalità elettrica, sotto l'acqua, nonostante l'acqua, con l'acqua.
Tu, che leggi e che sei di Pordenone, non ti sei meravigliato, lo sapevi che avresti trovato da qualche parte i titoli sulle code, su qualche lamentela.
Egli, un libraio, mi ha detto che a pordenonelegge.it quest'anno s'è venduto un sacco di libri. Più dell'anno scorso.
Noi, domenica, abbiamo faticato a trovare un posto per pranzare, e poi è successo, e in pieno centro s'è trovata perfino la paella buona.
Voi, due genitori di compagni di classe del mio piccolo, aspettando Pierluigi Cappello avete smesso di parlare di lavoro e di politica e avete condiviso,un po' sorpresi un po' meno difesi,le vostre passioni di lettori.
Essi sono gli autori che non sono riuscito a sentire, i libri che non ho visto, i desideri che abitano dopo la fine della festa.
Tu, che leggi e che sei di Pordenone, non ti sei meravigliato, lo sapevi che avresti trovato da qualche parte i titoli sulle code, su qualche lamentela.
Egli, un libraio, mi ha detto che a pordenonelegge.it quest'anno s'è venduto un sacco di libri. Più dell'anno scorso.
Noi, domenica, abbiamo faticato a trovare un posto per pranzare, e poi è successo, e in pieno centro s'è trovata perfino la paella buona.
Voi, due genitori di compagni di classe del mio piccolo, aspettando Pierluigi Cappello avete smesso di parlare di lavoro e di politica e avete condiviso,un po' sorpresi un po' meno difesi,le vostre passioni di lettori.
Essi sono gli autori che non sono riuscito a sentire, i libri che non ho visto, i desideri che abitano dopo la fine della festa.
mercoledì 15 settembre 2010
cosa farò a pordenonelegge.it
Domani pomeriggio, alle 17,30, presso la Camera di Commercio, presenterò il volume di Roberto Collovati Il bullismo sociale (Franco Angeli). L'incontro, fa parte delle proposte dell'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Pordenone e verte sulla ricerca che Collovati ha fatto in merito alla manifestazione, nel mondo adulto, del "bullismo". L'analisi presentata nel volume è documentata e coglie anche, con precisione, i sintomi di un malessere peculiare della società italiana di oggi, sollecitando i diversi "agenti educativi" ad assumere le proprie responsabilità.
Alle 19 di domani, presso la Saletta del Convento di San Francesco, con Stefano Polzot e Giovanni Santarossa presenterò il volume autunnale dell'"Ippogrifo", dal titolo "Scrivere la città", dedicato a vent'anni di narrazioni su Pordenone.
Sabato, alle ore 17, presso Palazzo Gregoris, presenterò il libro (uscito a luglio) di Simone Marcuzzi, Vorrei star fermo mentre il mondo va (ho recensito questo bel libro per il numero di settembre del Momento).
Domenica, alle ore 17, sempre a Palazzo Gregoris, farò gli onori di casa a Pierluigi Cappello, il cui meraviglioso Mandate a dire all'imperatore sarà presentato da Stas Gawronsky.
Alle 19 di domani, presso la Saletta del Convento di San Francesco, con Stefano Polzot e Giovanni Santarossa presenterò il volume autunnale dell'"Ippogrifo", dal titolo "Scrivere la città", dedicato a vent'anni di narrazioni su Pordenone.
Sabato, alle ore 17, presso Palazzo Gregoris, presenterò il libro (uscito a luglio) di Simone Marcuzzi, Vorrei star fermo mentre il mondo va (ho recensito questo bel libro per il numero di settembre del Momento).
Domenica, alle ore 17, sempre a Palazzo Gregoris, farò gli onori di casa a Pierluigi Cappello, il cui meraviglioso Mandate a dire all'imperatore sarà presentato da Stas Gawronsky.
martedì 14 settembre 2010
come ogni anno
Come ogni anno, qualcuno dice che è come ogni anno, qualcuno scrive che è come ogni anno.
Ma non è come ogni anno.
E noi non siamo come ogni anno.
E c'è qualcuno di diverso, ogni anno.
Ma non è come ogni anno.
E noi non siamo come ogni anno.
E c'è qualcuno di diverso, ogni anno.
sabato 28 agosto 2010
Ida e Pierluigi
Nel torno di una manciata di giornate giornali e media locali (e non solo)hanno dato spazio ad Ida Vallerugo e Pierluigi Cappello. La prima ha finalmente pubblicato l'atteso Mistral, una raccolta poetica che viene a una dozzina d'anni dallo strepitoso Maa Onda, il secondo ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la poesia sull'onda lunga dei favori (meritatamente) ricevuti da Mandate a dire all'imperatore (che ho recensito qui).
Ida, la conosco da quindici anni, da quando era sindaco di Meduno Antonio De Stefano, e con suo figlio Carlo pensammo ad un corso di scrittura creativa estivo. Grazie ad Ida, che si fidò dell'idea di organizzare incontri su poesia e cultura in quel di palazzo Colossis, in quegli anni vivaci della pedemontana, conobbi anche Pierluigi, nella casa di Tricesimo dove allora viveva con i suoi genitori, nell'autunno del 1998 (nella stessa giornata conobbi pure Alberto Garlini). Pierluigi venne poi ospite in una delle fredde (climaticamente) e (umanamente) caldissime serate medunesi, a presentare Il me donzel, e ad avviare la collana La barca di Babele.
Ci siamo ritrovati, con Ida e Pierluigi, nel percorso della richiesta di concessione dei benefici della "Bacchelli" a Federico Tavan: in una serata novembrina, loro due con Aldo Colonnello spiegarono, in consiglio comunale a Pordenone, le ragioni di quella richiesta. E con Pierluigi ci siamo trovati, ancora, a lavorare su alcune parti del volume che l'editore Forum di Udine pubblicò, proprio come omaggio a Tavan (il titolo era una frase di Ida).
In un agosto italiano nel quale hanno parlato, soprattutto, i politici, moltiplicando parole alla ricerca di parole giuste che faticano a venire, è bello vedere che venga riconosciuta l'importanza di chi, di parole, va in cerca, e le riduce, per dire quelle, poche, giute, che illuminano e scaldano la vita.
Ida, la conosco da quindici anni, da quando era sindaco di Meduno Antonio De Stefano, e con suo figlio Carlo pensammo ad un corso di scrittura creativa estivo. Grazie ad Ida, che si fidò dell'idea di organizzare incontri su poesia e cultura in quel di palazzo Colossis, in quegli anni vivaci della pedemontana, conobbi anche Pierluigi, nella casa di Tricesimo dove allora viveva con i suoi genitori, nell'autunno del 1998 (nella stessa giornata conobbi pure Alberto Garlini). Pierluigi venne poi ospite in una delle fredde (climaticamente) e (umanamente) caldissime serate medunesi, a presentare Il me donzel, e ad avviare la collana La barca di Babele.
Ci siamo ritrovati, con Ida e Pierluigi, nel percorso della richiesta di concessione dei benefici della "Bacchelli" a Federico Tavan: in una serata novembrina, loro due con Aldo Colonnello spiegarono, in consiglio comunale a Pordenone, le ragioni di quella richiesta. E con Pierluigi ci siamo trovati, ancora, a lavorare su alcune parti del volume che l'editore Forum di Udine pubblicò, proprio come omaggio a Tavan (il titolo era una frase di Ida).
In un agosto italiano nel quale hanno parlato, soprattutto, i politici, moltiplicando parole alla ricerca di parole giuste che faticano a venire, è bello vedere che venga riconosciuta l'importanza di chi, di parole, va in cerca, e le riduce, per dire quelle, poche, giute, che illuminano e scaldano la vita.
venerdì 13 agosto 2010
un altro blog
A seguito di una passeggiata da giorno di ferie per Pordenone e della voglia di far foto, ho aperto questo nuovo blog.
giovedì 22 luglio 2010
accorgersi da soli
Mio padre ha la tessera Mediaset Premium, fondamentalmente per guardare le partite di calcio. Ma è estate, qualche film decente in attesa che al Tour si decidano a combinare qualcosa, il pomeriggio, andrebbe bene.
Ma, niente da fare, il televisore c'informa che il segnale è criptato.
Prendo in mano la tessera, scade il 30 giugno 2011.
Ok, chiamo il numero verde.
Solita trafila di pubblicità, di sequenze da digitare. Cade la linea.
Rifaccio, arrivo ad un'operatrice che mi scandisce il nome ed il codice che l'identifica.
Le spiego.
"Ah sì, la tessera non è più valida."
Faccio notare la data di scadenza.
L'operatrice non si scompone.
"Sono scadute tutte il 30 giugno, le stiamo cambiando".
"Le state cambiando? E perché non ci avete avvertito?"
"Ve ne siete accorti da soli, no? Prendo nota e in quattro giorni riceverà la nuova tessera."
Ho capito.
Bisogna accorgersi da soli.
Ma, niente da fare, il televisore c'informa che il segnale è criptato.
Prendo in mano la tessera, scade il 30 giugno 2011.
Ok, chiamo il numero verde.
Solita trafila di pubblicità, di sequenze da digitare. Cade la linea.
Rifaccio, arrivo ad un'operatrice che mi scandisce il nome ed il codice che l'identifica.
Le spiego.
"Ah sì, la tessera non è più valida."
Faccio notare la data di scadenza.
L'operatrice non si scompone.
"Sono scadute tutte il 30 giugno, le stiamo cambiando".
"Le state cambiando? E perché non ci avete avvertito?"
"Ve ne siete accorti da soli, no? Prendo nota e in quattro giorni riceverà la nuova tessera."
Ho capito.
Bisogna accorgersi da soli.
venerdì 9 luglio 2010
un piccolo rischio che si potrebbe correre
Mi aggiungo anch'io ad una lunga serie di persone che pensano così.
Aboliamo l'esame di Stato o esame di maturità, dai. Aboliamo il valore legale del titolo di studio.
Le Università ammettano gli studenti sulla base dei loro criteri, di loro esami d'ingresso, di nessun esame se non vogliono promettere nulla d'impegnativo.
Le aziende che vogliono assumere, tanto, assumono comunque facendo pure loro selezioni etc etc.
I concorsi pubblici si faranno con l'accertamento delle competenze, si può fare, non è difficile.
E così, nella scuola superiore, resterà esclusivamente il lavoro sulla qualità di quello che si fa, di quello che si vive insieme, di quello che si fa.
Si sceglieranno le scuole così, s'imparerà a farlo così. Già si fa così alle elementari, alle medie, in fondo.
Il rischio, lo correrei.
Aboliamo l'esame di Stato o esame di maturità, dai. Aboliamo il valore legale del titolo di studio.
Le Università ammettano gli studenti sulla base dei loro criteri, di loro esami d'ingresso, di nessun esame se non vogliono promettere nulla d'impegnativo.
Le aziende che vogliono assumere, tanto, assumono comunque facendo pure loro selezioni etc etc.
I concorsi pubblici si faranno con l'accertamento delle competenze, si può fare, non è difficile.
E così, nella scuola superiore, resterà esclusivamente il lavoro sulla qualità di quello che si fa, di quello che si vive insieme, di quello che si fa.
Si sceglieranno le scuole così, s'imparerà a farlo così. Già si fa così alle elementari, alle medie, in fondo.
Il rischio, lo correrei.
giovedì 1 luglio 2010
(mio) compito per le vacanze d'estate
C'è in salotto una mia foto di quando avrò avuto nove mesi.
Mia madre mi sostiene, con la mano dietro la schiena, ed io cerco di stare in equilibrio su due improbabilissime gambine. Sono, come adesso, tutto cranietto senza nemmeno un ombra di capello in testa, corruccio un po' la fronte come mio vezzo ancora, e spalanco i miei occhi, incuriosito e dubitoso, in qualche direzione.
Ecco.
Quest'estate vorrei capire dov'è che guardassi, allora.
Mia madre mi sostiene, con la mano dietro la schiena, ed io cerco di stare in equilibrio su due improbabilissime gambine. Sono, come adesso, tutto cranietto senza nemmeno un ombra di capello in testa, corruccio un po' la fronte come mio vezzo ancora, e spalanco i miei occhi, incuriosito e dubitoso, in qualche direzione.
Ecco.
Quest'estate vorrei capire dov'è che guardassi, allora.
martedì 29 giugno 2010
buon onomastico
Mi piacerebbe riuscire prima o poi a raccontarla, la storia di Pietro.
Magari anche non proprio scriverla, ma raccontarla; raccontarla, magari, ad un numero non precisabile di nipoti seduti vicino a me, come faceva, con me, Marco, Lara, Cristina, Chicco, Federica, lui, dei suoi ricordi.
Magari per un aggancio di memoria pescato alla televisione, un pomeriggio rovente di luglio, nel salotto della casa di via del Carso, durante una tappa di pianura del Tour nel racconto imbarazzato da studio del telecronista di TeleMontecarlo: quando, in attesa delle tappe di montagna e di Bernard Hinault, Pietro ricordava le sue scorribande ciclistiche di gioventù, le notti a dormire nei fienili col permesso dei contadini, i soldi che finivano ed i carabinieri delle stazioni dei paesini che li prestavano, intanto che le sue sorelle mandavano un vaglia.
E la guerra d'Abissinia con le pistole pronte per i leoni, cosa che poi ho letto pure in Meneghello.
E i campi di lavoro in Germania.
E la ditta Fiaccadori dopo la guerra, il lavoro da lattoniere ed i trasporti domenicali in corriera.
E le Mercede(s), le uniche auto di cui fidarsi davvero.
E le saldature del rame sul forno della nonna, davanti alla pentola di caffè d'orzo.
E quelle parole sulla nonna, quel giorno di maggio di caldo assurdo.
E' un po' il catalogo di ciò che sono, e ci vuole tanta chiarezza e tanta faccia tosta per farne un racconto.
Intanto, buon onomastico, Piareto.
Magari anche non proprio scriverla, ma raccontarla; raccontarla, magari, ad un numero non precisabile di nipoti seduti vicino a me, come faceva, con me, Marco, Lara, Cristina, Chicco, Federica, lui, dei suoi ricordi.
Magari per un aggancio di memoria pescato alla televisione, un pomeriggio rovente di luglio, nel salotto della casa di via del Carso, durante una tappa di pianura del Tour nel racconto imbarazzato da studio del telecronista di TeleMontecarlo: quando, in attesa delle tappe di montagna e di Bernard Hinault, Pietro ricordava le sue scorribande ciclistiche di gioventù, le notti a dormire nei fienili col permesso dei contadini, i soldi che finivano ed i carabinieri delle stazioni dei paesini che li prestavano, intanto che le sue sorelle mandavano un vaglia.
E la guerra d'Abissinia con le pistole pronte per i leoni, cosa che poi ho letto pure in Meneghello.
E i campi di lavoro in Germania.
E la ditta Fiaccadori dopo la guerra, il lavoro da lattoniere ed i trasporti domenicali in corriera.
E le Mercede(s), le uniche auto di cui fidarsi davvero.
E le saldature del rame sul forno della nonna, davanti alla pentola di caffè d'orzo.
E quelle parole sulla nonna, quel giorno di maggio di caldo assurdo.
E' un po' il catalogo di ciò che sono, e ci vuole tanta chiarezza e tanta faccia tosta per farne un racconto.
Intanto, buon onomastico, Piareto.
martedì 15 giugno 2010
l'Università di quest'autunno
Se date un'occhiata all'offerta formativa 2010-2011 delle Università di riferimento del Nordest, insomma quelle di Udine e Bologna e Padova (le altre, come Venezia e Trieste arriveranno a giorni), il messaggio è chiaro: anche per chi sta meglio (come Padova), sono previsti riduzione di corsi, accorpamenti, corsi salvati solo se interfacoltà (tra Udine e Trieste, ad esempio, ce n'è più di un caso). Sulla situazione del corpo accademico e sulle prospettive di una sua evoluzione, di un possibile inserimento delle nuove generazioni di docenti, stendo un pietoso velo.
Insomma: per venire alla declinazione locale e portusnaoniana, è abbastanza ragionevole pensare che Pordenone possa mantenere l'offerta che ha (ammesso e non concesso che lo voglia fare, che ritenga ne valga la pena), o l'offerta che vorrà cercare di avere, solo in capo ad investimenti ancora maggiori di quelli di oggi (perchè, fondamentalmente, è il territorio, alias amministrazioni pubbliche, associazioni di categoria e fondazioni bancarie, a pagare): se basteranno. Se le Università che la faranno a programmare qualcosa che non sia la semplice sopravvivenza.
Tutto questo, mentre, grazie a molto buon lavoro, la struttura di via Prasecco si è ingrandita, si è fatta molto funzionale, ha una buona mensa ed una moderna casa dello studente, e mentre il completamento di Palazzo Badini è alle porte...
C'è abbastanza per farsi qualche domanda sull'evoluzione del significato, della presenza e dell'offerta formativa del Consorzio Universitario a Pordenone.
Come in questo blog si è qualche volta detto, io ritengo che il modello della piccola Università periferica, con i corsi mutuati e, sostanzialmente, noleggiati dai grossi centri, o fortemente precarizzati nel corpo accademico (insomma: il modello che si è affermato in tutt'Italia negli ultimi 15 anni) vada totalmente rivisto; tra gli altri motivi per farlo, più o meno legati a quanto detto all'inizio, va anche considerata proprio la vocazione territoriale (ma non provincialistica) del Consorzio, insomma l'orientamento alla promozione di una reale qualità.
Aggiungo anche che i numeri non faraonici della struttura (gli studenti equivalgono, più o meno, a quelli di uno dei due licei della città) possano -insieme alla messa in campo di oculatezza strategica da parte dei Soci e di chi è preposto alla gestione del Consorzio- essere una risorsa, nell'ottica della governance dell'autonomia del territorio, che, mi pare di capire, sarà sempre più sollecitata dal disimpegno economico degli organi di governo centrale, e che richiederà dunque uno sforzo nuovo di energie e sinergie.
Infine, mi sembra, in questa prospettiva, che il senso del Consorzio andrebbe utilmente visto anche dentro tutta la filiera, formale ed informale, della formazione a Pordenone (insomma: in rapporto alla buona qualità delle scuole, alla presenza imprenditoriale e manifatturiera) -di qui si potrebbe partire (per dire: sostenendo i talenti, favorendo la crescita della formazione, specializzando, valorizzando le relazioni tra alcuni corsi esistenti e il territorio, proponendosi come polo di orientamento, riferimento e tutoraggio in relazione con Università non solo italiane, dando un bordo di crescita al patrimonio culturale rappresentato da Cinemazero e Pordenonelegge...).
A mio avviso, questi temi fanno parte di un serio agenda setting non voglio dire, banalmente, di chi intenda amministrare Pordenone nei prossimi anni (insomma: un tema buono per la futura campagna elettorale), ma, più in generale e seriamente, di chi si voglia proporre come parte dirigente del nostro territorio (insomma: qualcosa come uno dei punti per un "patto" trasversale per il futuro dell comunità).
P.S. Aggiornamento del 20 giugno: qui il Rettore udinese illustra le cifre che disegnano il nebuloso futuro.
Insomma: per venire alla declinazione locale e portusnaoniana, è abbastanza ragionevole pensare che Pordenone possa mantenere l'offerta che ha (ammesso e non concesso che lo voglia fare, che ritenga ne valga la pena), o l'offerta che vorrà cercare di avere, solo in capo ad investimenti ancora maggiori di quelli di oggi (perchè, fondamentalmente, è il territorio, alias amministrazioni pubbliche, associazioni di categoria e fondazioni bancarie, a pagare): se basteranno. Se le Università che la faranno a programmare qualcosa che non sia la semplice sopravvivenza.
Tutto questo, mentre, grazie a molto buon lavoro, la struttura di via Prasecco si è ingrandita, si è fatta molto funzionale, ha una buona mensa ed una moderna casa dello studente, e mentre il completamento di Palazzo Badini è alle porte...
C'è abbastanza per farsi qualche domanda sull'evoluzione del significato, della presenza e dell'offerta formativa del Consorzio Universitario a Pordenone.
Come in questo blog si è qualche volta detto, io ritengo che il modello della piccola Università periferica, con i corsi mutuati e, sostanzialmente, noleggiati dai grossi centri, o fortemente precarizzati nel corpo accademico (insomma: il modello che si è affermato in tutt'Italia negli ultimi 15 anni) vada totalmente rivisto; tra gli altri motivi per farlo, più o meno legati a quanto detto all'inizio, va anche considerata proprio la vocazione territoriale (ma non provincialistica) del Consorzio, insomma l'orientamento alla promozione di una reale qualità.
Aggiungo anche che i numeri non faraonici della struttura (gli studenti equivalgono, più o meno, a quelli di uno dei due licei della città) possano -insieme alla messa in campo di oculatezza strategica da parte dei Soci e di chi è preposto alla gestione del Consorzio- essere una risorsa, nell'ottica della governance dell'autonomia del territorio, che, mi pare di capire, sarà sempre più sollecitata dal disimpegno economico degli organi di governo centrale, e che richiederà dunque uno sforzo nuovo di energie e sinergie.
Infine, mi sembra, in questa prospettiva, che il senso del Consorzio andrebbe utilmente visto anche dentro tutta la filiera, formale ed informale, della formazione a Pordenone (insomma: in rapporto alla buona qualità delle scuole, alla presenza imprenditoriale e manifatturiera) -di qui si potrebbe partire (per dire: sostenendo i talenti, favorendo la crescita della formazione, specializzando, valorizzando le relazioni tra alcuni corsi esistenti e il territorio, proponendosi come polo di orientamento, riferimento e tutoraggio in relazione con Università non solo italiane, dando un bordo di crescita al patrimonio culturale rappresentato da Cinemazero e Pordenonelegge...).
A mio avviso, questi temi fanno parte di un serio agenda setting non voglio dire, banalmente, di chi intenda amministrare Pordenone nei prossimi anni (insomma: un tema buono per la futura campagna elettorale), ma, più in generale e seriamente, di chi si voglia proporre come parte dirigente del nostro territorio (insomma: qualcosa come uno dei punti per un "patto" trasversale per il futuro dell comunità).
P.S. Aggiornamento del 20 giugno: qui il Rettore udinese illustra le cifre che disegnano il nebuloso futuro.
venerdì 11 giugno 2010
ultimo giorno di un anno di scuola
I tentativi di convertire le classi in luoghi di festa,
le mezze bottiglie di Coca Cola vuote,
le crostate fatte dalle mamme, fatte dalle figlie, che però non lo vogliono ammettere,
i registri dei professori con gli angoli delle copertine spiegazzati,
il registro di classe con le firme frettolose e gli argomenti genericissimi,
le pagine di settembre dei registri linde e promettenti e calligrafiche,
i maturandi che inseguono il futuro con le pistole ad acqua,
il sapore metallico della commozione di chi va in pensione,
la sospesa apprensione di chi non sa se e come lavorerà quest'anno che viene,
le vacanze in mare montagna collina estero,
i quattro conti tra mutui e debiti che azzerano le vacanze,
le letture che ci si augura di fare,
le letture che non si faranno,
le letture che ci sorprenderanno,
le mezze parole dette,
le parole dette che non andavano dette,
le parole non dette che non saranno mai dette,
quelli che si sono messi insieme,
quelli che si sono lasciati,
quelli che son rimasti sposati,
quelli un po' fidanzati un po' sfidanzati,
i libri rimasti nell'armadio,
i fogli delle giustificazioni nei cassetti,
le fotocopie di un mese fa sulla cattedra,
i libretti personali macilenti,
i quiz per la patente dei neomaggiorenni,
i test di ammissione all'Università,
il tema della maturità,
l'ultima idea per la tesina,
l'ultimissima idea per la tesina,
l'ora che ti è piaciuta,
l'ora che non avresti voluto,
il giorno che ti ha sorpreso,
il giorno che hai annoiato,
l'orario degli scrutini in sala insegnanti,
i panini dell'Ariston in pausa pranzo,
i libri dentro il cassetto,
l'ultima firma su una circolare,
il caffè della macchinetta,
il the della macchinetta del caffè,
la piastrella opaca che hai tormentato attendendo d'entrare in classe,
l'elenco degli autori che hai spiegato,
i chiarimenti sull'ultimo compito,
le foto della gita di classe,
il fascicolo col progetto interdisciplinare,
l'elenco dei libri di testo,
la penna cicciotta con cui scrivi,
l'angolo dove metti sempre la cartella,
i consigli di lettura per le vacanze,
i compiti di latino per le vacanze,
i debiti,
le segnalazioni di lacune,
i voti in condotta,
i cinque che diventano sei,
il giudizio d'ammissione,
i crediti formativi,
le pizzette del brindisi di saluto in biblioteca,
il Preside che va in pensione,
il Preside che anche ieri ti ha insegnato qualcosa,
il Preside che ti ha insegnato qualcosa su te, sugli altri,
i colleghi che sono anche amici,
i colleghi che spesso ti dimentichi che sono amici,
quelli che ti hanno ascoltato quando nessuno,
quelli che hai ascoltato quando nessuno,
quelli con cui hai diviso pizze, birre, albe, tramonti,
le poesie che avresti voluto recitare in collegio docenti,
i calcoli per la pensione,
la previdenza integrativa,
la cessione del quinto,
gli angoli dove hai avuto freddo,
l'odore acre di toner della stamperia,
le tende blu dell'aula informatica,
la cura degli accostamenti cromatici della Segretaria,
la borsa organizzata della bravissima collega riccioluta,
la collega cui gli allievi aprono la porta inchinandosi,
il collega sempre in impermeabile,
il collega sempre in anticipo,
la collega sempre in ritardo,
le lamentele per i parcheggi,
gli orari delle corriere
tutto
dentro quel sacco nero, ribollente di vita di risulta,
dopo il lavoro delle bidelle
nell'atrio, a fine mattinata
tutto
ti tornerà, come vertigine,
in qualche angolo di profonda estate:
ultimo giorno di un anno di scuola.
le mezze bottiglie di Coca Cola vuote,
le crostate fatte dalle mamme, fatte dalle figlie, che però non lo vogliono ammettere,
i registri dei professori con gli angoli delle copertine spiegazzati,
il registro di classe con le firme frettolose e gli argomenti genericissimi,
le pagine di settembre dei registri linde e promettenti e calligrafiche,
i maturandi che inseguono il futuro con le pistole ad acqua,
il sapore metallico della commozione di chi va in pensione,
la sospesa apprensione di chi non sa se e come lavorerà quest'anno che viene,
le vacanze in mare montagna collina estero,
i quattro conti tra mutui e debiti che azzerano le vacanze,
le letture che ci si augura di fare,
le letture che non si faranno,
le letture che ci sorprenderanno,
le mezze parole dette,
le parole dette che non andavano dette,
le parole non dette che non saranno mai dette,
quelli che si sono messi insieme,
quelli che si sono lasciati,
quelli che son rimasti sposati,
quelli un po' fidanzati un po' sfidanzati,
i libri rimasti nell'armadio,
i fogli delle giustificazioni nei cassetti,
le fotocopie di un mese fa sulla cattedra,
i libretti personali macilenti,
i quiz per la patente dei neomaggiorenni,
i test di ammissione all'Università,
il tema della maturità,
l'ultima idea per la tesina,
l'ultimissima idea per la tesina,
l'ora che ti è piaciuta,
l'ora che non avresti voluto,
il giorno che ti ha sorpreso,
il giorno che hai annoiato,
l'orario degli scrutini in sala insegnanti,
i panini dell'Ariston in pausa pranzo,
i libri dentro il cassetto,
l'ultima firma su una circolare,
il caffè della macchinetta,
il the della macchinetta del caffè,
la piastrella opaca che hai tormentato attendendo d'entrare in classe,
l'elenco degli autori che hai spiegato,
i chiarimenti sull'ultimo compito,
le foto della gita di classe,
il fascicolo col progetto interdisciplinare,
l'elenco dei libri di testo,
la penna cicciotta con cui scrivi,
l'angolo dove metti sempre la cartella,
i consigli di lettura per le vacanze,
i compiti di latino per le vacanze,
i debiti,
le segnalazioni di lacune,
i voti in condotta,
i cinque che diventano sei,
il giudizio d'ammissione,
i crediti formativi,
le pizzette del brindisi di saluto in biblioteca,
il Preside che va in pensione,
il Preside che anche ieri ti ha insegnato qualcosa,
il Preside che ti ha insegnato qualcosa su te, sugli altri,
i colleghi che sono anche amici,
i colleghi che spesso ti dimentichi che sono amici,
quelli che ti hanno ascoltato quando nessuno,
quelli che hai ascoltato quando nessuno,
quelli con cui hai diviso pizze, birre, albe, tramonti,
le poesie che avresti voluto recitare in collegio docenti,
i calcoli per la pensione,
la previdenza integrativa,
la cessione del quinto,
gli angoli dove hai avuto freddo,
l'odore acre di toner della stamperia,
le tende blu dell'aula informatica,
la cura degli accostamenti cromatici della Segretaria,
la borsa organizzata della bravissima collega riccioluta,
la collega cui gli allievi aprono la porta inchinandosi,
il collega sempre in impermeabile,
il collega sempre in anticipo,
la collega sempre in ritardo,
le lamentele per i parcheggi,
gli orari delle corriere
tutto
dentro quel sacco nero, ribollente di vita di risulta,
dopo il lavoro delle bidelle
nell'atrio, a fine mattinata
tutto
ti tornerà, come vertigine,
in qualche angolo di profonda estate:
ultimo giorno di un anno di scuola.
sabato 5 giugno 2010
biblioteche, parole e Pierluigi Cappello

Giornata di sole, forse la prima di vero vero caldo qui a Pordenone. Alle 16 al gazebo di piazza XX settembre ho attivato la mia scratch card per Wireless Naonis e alle 16.10 ho cominciato a navigare (1 Mega di Upload e 1 di Download), ed intanto un mucchio di gente entrava, visitava, abitava la Biblioteca civica. Una bella giornata civica, che sarebbe piaciuta a Teresina Degan, che è stata Preside dell'ITG Geometri quando negli Anni Settanta/Ottanta l'istituto era ospitato all'ex convento. Se n'è andata, l'epigrafe all'ingresso della Biblioteca ricordava che dietro le cose gioiose ci sono quelle che non lo sono, e che c'è anche il dovere vitale della memoria di chi ha scritto pezzi di storia.
Tra le sale della Biblioteca, le voci degli attori che recitano per grumi di pubblico allacciato a parole, immagini, evocazioni, suoni. Paole di letteratura che rimbalzano sui libri, libri che riverberano sulle parole, com'è giusto che sia. Nel bel movimento della giornata, nella marea di visitatori che, accogliente, avvolge nella sua confusione pulsante anche politici di vario colore e autorità, le parole di poesie e romanzi si stagliano, nel loro potere di afferrare e definire, nel tempo ma anche oltre il tempo.
E questo mi riporta a ieri sera, alla presentazione di Mandate a dire all'imperatore di Pierluigi Cappello ai Colonos di Villacaccia di Lestizza. Le parole delle poesie di Pierluigi mi puliscono dentro, diceva Stas Gawronski che con Eraldo Affinati conduceva la serata, e allora alla festante massa pordenonese che si è appropriata della sua biblioteca ho augurato questa pulizia vivificante, e qui la associo a dei versi di Pierluigi, da Poiein:
"Rimetta a noi i nostri cieli la parola aggiustata,
un segnale nutrito dal lampo nel poco di nessun conto
nel conto dei giorni vissuti senza cura
e abbracci, ma senza abbagliare".
mercoledì 2 giugno 2010
divari tecnologici, copiature e compiti
Insomma, in uno dei Licei classici più classici d'Italia viene scoperto un traffico di traduzioni scaricate da Internet: corollario, sospensioni, con tanto di pronunciamenti sull'iniquità di questa o quella misura, e una gradazione abbastanza prevedibile di commenti (eccodovèarrivatalascuola, infondotutticopiano, et similia). Senza nemmeno voler entrare nel discorso sul furbezzaio spicciolo (altri luoghi comuni: ifurbihannosemprelameglio, matantocosìfantutti), qui vorrei guardare la cosa semplicemente come manifestazione del rapporto tra tecnologie dell'informazione e scuola e noto che:
1) se le cose stanno come i quotidiani le riportano, il sistema truffaiolo è basato su principi antieconomici e su qualche scantonatura.
Dunque: i ragazzi aspettavano il testo del compito, uscivano di classe (e qui c'è già un po' da riflettere), davano i riferimenti ai fornitori e con questi, dopo un po', avevano un nuovo abboccamento per ricevere le traduzioni (e quindi qualcuno ancora doveva uscire dalla classe).
Ora: chiunque -quindi, anche un gran numero di docenti- abbia un I-phone, uno Smartphone, o anche semplicemente un cellulare che navighi non lumachescamente, sa che digitando le parole iniziali di un testo da tradurre, greco o latino che sia, si arriva rapidamente alla traduzione stessa.
E' pure noto che l'occultamento di apparecchi telefonici è capitolo fantasioso dell'eterna caccia al tesoro tra docenti e studenti copioni (qualcuno ricorda, l'anno scorso, il sito con i trucchi per copiare rivolto agli studenti maturandi? guardate qui il promo per l'Esame che deve arrivare a giorni, con tanto d'uso d'una non felicissima uscita di Lucacordero in proposito).
Bene: stando così le cose, il traffico patavino sembra basato su una diffusione ancora scarsa o di conoscenza tecnologica o di apparecchi telefonici, perché la vera realtà è che, appunto, chiunque può arrivare da un testo greco e latino alla sua traduzione, con un telefonino adeguatamente occultato. Che questo non avvenga tanto frequentemente è, casomai, la vera notizia, buona peraltro: che testimonia della buona fede di tanti studenti in tante aule di tante scuole d'Italia.
2) Però: con questa cosa qui i conti bisogna farli. Se non tocca i compiti in classe, se buona parte degli studenti all'Esame di Stato se la cava con le proprie conoscenze, la pratica dello scarico della traduzione inficia tutte le assegnazioni di versioni per casa e brani da tradurre che articola le settimane di lavoro di docenti latino e greco nei Licei d'Italia.
Bisogna, semplicemente, si fa per dire, come già in tanti Licei d'Italia tanti fanno, cambiare didattica, cambiare esercizi e tipi d'esercizi tenendo conto di quello (molto) che con le nuove tecnologie si può fare per imparare. Basta guardare qui, per dire.
1) se le cose stanno come i quotidiani le riportano, il sistema truffaiolo è basato su principi antieconomici e su qualche scantonatura.
Dunque: i ragazzi aspettavano il testo del compito, uscivano di classe (e qui c'è già un po' da riflettere), davano i riferimenti ai fornitori e con questi, dopo un po', avevano un nuovo abboccamento per ricevere le traduzioni (e quindi qualcuno ancora doveva uscire dalla classe).
Ora: chiunque -quindi, anche un gran numero di docenti- abbia un I-phone, uno Smartphone, o anche semplicemente un cellulare che navighi non lumachescamente, sa che digitando le parole iniziali di un testo da tradurre, greco o latino che sia, si arriva rapidamente alla traduzione stessa.
E' pure noto che l'occultamento di apparecchi telefonici è capitolo fantasioso dell'eterna caccia al tesoro tra docenti e studenti copioni (qualcuno ricorda, l'anno scorso, il sito con i trucchi per copiare rivolto agli studenti maturandi? guardate qui il promo per l'Esame che deve arrivare a giorni, con tanto d'uso d'una non felicissima uscita di Lucacordero in proposito).
Bene: stando così le cose, il traffico patavino sembra basato su una diffusione ancora scarsa o di conoscenza tecnologica o di apparecchi telefonici, perché la vera realtà è che, appunto, chiunque può arrivare da un testo greco e latino alla sua traduzione, con un telefonino adeguatamente occultato. Che questo non avvenga tanto frequentemente è, casomai, la vera notizia, buona peraltro: che testimonia della buona fede di tanti studenti in tante aule di tante scuole d'Italia.
2) Però: con questa cosa qui i conti bisogna farli. Se non tocca i compiti in classe, se buona parte degli studenti all'Esame di Stato se la cava con le proprie conoscenze, la pratica dello scarico della traduzione inficia tutte le assegnazioni di versioni per casa e brani da tradurre che articola le settimane di lavoro di docenti latino e greco nei Licei d'Italia.
Bisogna, semplicemente, si fa per dire, come già in tanti Licei d'Italia tanti fanno, cambiare didattica, cambiare esercizi e tipi d'esercizi tenendo conto di quello (molto) che con le nuove tecnologie si può fare per imparare. Basta guardare qui, per dire.
lunedì 31 maggio 2010
una sincronia pordenonese
Sabato 5 giugno Pordenone inaugurerà la sua nuova Biblioteca Multimediale, nell'ex convento, ex tribunale, ex istituto tecnico geometri, ex liceo scientifico, ex Inchiostro, e quante altre cose ex non so, in piazza XX Settembre. E' stata una ristrutturazione rallentata dal dileguarsi della prima ditta appaltatrice; ad ogni modo, la struttura è bella, moderna, aperta sulla città. Una bella occasione di sapere e di saperi condivisi e condivisibili.
Nello stesso giorno, e nello stesso posto, prende finalmente il via un altro progetto che è passato, come qui più volte si è raccontato, attraverso qualche traversia: Wireless Naonis, il wireless civico. Anche questa è un'opportunità di condivisione di sapere e di saperi, integrabile per contiguità fisiche con l'altra.
Ora, i tempi son quel che sono. Chi legga l'offerta didattica dell'Ateneo udinese, o anche quella dell'Università di Bologna (e quelle che usciranno in questi giorni saranno dello stesso tenore)si rende ben conto che per il sapere sono, in effetti, tempi duri (e lascio volutamente perdere, in questa sede, quello che ci sarebbe da dire sui tagli alle istituzioni culturali e al sistema formativo di base maturati in questi ultimi mesi): ma mi piace vedere, in questa imprevista sincronia pordenonese, il segno di una possibilità altra, da costruire.
Senza aspettare, però, che ciò avvenga dall'alto: mi piacerebbe, semplicemente, camminare e vedere persone di ogni età entrare, uscire, fermarsi in Biblioteca, collegarsi alla Rete, scambiarsi competenze, notizie, impressioni, allacciare fili di nuove amicizie tra un libro, un sito e un caffè, costruire frammenti di nuovi saperi in una cornice civica di partecipazione.
Magari, è pure possibile.
Nello stesso giorno, e nello stesso posto, prende finalmente il via un altro progetto che è passato, come qui più volte si è raccontato, attraverso qualche traversia: Wireless Naonis, il wireless civico. Anche questa è un'opportunità di condivisione di sapere e di saperi, integrabile per contiguità fisiche con l'altra.
Ora, i tempi son quel che sono. Chi legga l'offerta didattica dell'Ateneo udinese, o anche quella dell'Università di Bologna (e quelle che usciranno in questi giorni saranno dello stesso tenore)si rende ben conto che per il sapere sono, in effetti, tempi duri (e lascio volutamente perdere, in questa sede, quello che ci sarebbe da dire sui tagli alle istituzioni culturali e al sistema formativo di base maturati in questi ultimi mesi): ma mi piace vedere, in questa imprevista sincronia pordenonese, il segno di una possibilità altra, da costruire.
Senza aspettare, però, che ciò avvenga dall'alto: mi piacerebbe, semplicemente, camminare e vedere persone di ogni età entrare, uscire, fermarsi in Biblioteca, collegarsi alla Rete, scambiarsi competenze, notizie, impressioni, allacciare fili di nuove amicizie tra un libro, un sito e un caffè, costruire frammenti di nuovi saperi in una cornice civica di partecipazione.
Magari, è pure possibile.
sabato 22 maggio 2010
prendersi per mano
L'altroieri l'attuale moroso di mia figlia (prima elementare) l'ha accolta, arrivata a scuola, prendendola per mano. Io -fedele al mio ruolo di padre di matrice venetopugliese, cioè occhiuto, bacchettone, critico e pettegolo- ho eccepito (tra me e me), che il tipo avrebbe invece dovuto offrirsi di portarlo lui, lo zainone enorme rispetto alla minuta figura del tesoro degli occhi miei.
Ma pazienza; lei mi ha dato un bacetto sulla guancia e si è allontanata manin manina con l'essere che tengo sotto controllo.
Poi, sono andato verso un'altra scuola, quella dove insegno. Nel percorso tra parcheggio e istituto, fautore il primo sole decente di maggio, nugoletti di coppiette di neoconio e antica data scolastica, eccoli lì: mano nella mano. Mano nella mano, notavo, secondo una gestualità che esibisce bene lo sbilanciamento dell'uno o dell'altra (ho incrociato solo coppie etero, l'altra mattina), il computo variabile delle reciproche insicurezze e dei bisogni di affermazioni -insomma, mani brandite come buoni fruttiferi dal lui e dalla lei insicuro o insicura, mani (per contro) placidamente intrecciate di chi si è già un po' messo alla prova.
Arrivato nel cortile di fronte alla scuola, mi son messo a pensare a quante volte noto questo gesto tra i miei coetanei.
Poche, ecco la risposta. Qualcuno m'è venuto in mente: ma sono le neocoppie di quarantoltrenni reduci da divorzi o separazioni o reincontrati dopo evi, antropologicamente un'altra cosa, destinati costitutivamente ad essere parentesi alla regola. Tra coppie consolidate, se mi si passa, per beneficio cronologico, quest'evidente ossimoro (direi forse meglio: tra coppie che scommettono un giorno in più ancora su se stesse), poco da fare: il prendersi per mano è uno sdilinquimento, un cedimento, siamo tutti in carriera e lanciati verso vette di successi, suvvia, siamo nel pieno dell'efficienza, il che vuol dire che l'efficienza la stiamo perdendo (chi è davvero nel pieno, nemmeno pensa di doverlo pensare, un simile pensiero), e detta efficienza deficitante e già deficiente finalizziamo ad efficaci brancicamenti, nascosti ed interessati (a coprire serate libere, pause pranzo o caffè) corteggiamenti, accoppiamenti atletici e sintomatici.
Il prendersi per mano, pensavo entrando ormai a scuola, lo riconquisteremo -se ci sarà dato- quando avremo fatto i conti con tutto il suddetto sudare. I saggi, prima; gli altri, da vecchi.
Ma pazienza; lei mi ha dato un bacetto sulla guancia e si è allontanata manin manina con l'essere che tengo sotto controllo.
Poi, sono andato verso un'altra scuola, quella dove insegno. Nel percorso tra parcheggio e istituto, fautore il primo sole decente di maggio, nugoletti di coppiette di neoconio e antica data scolastica, eccoli lì: mano nella mano. Mano nella mano, notavo, secondo una gestualità che esibisce bene lo sbilanciamento dell'uno o dell'altra (ho incrociato solo coppie etero, l'altra mattina), il computo variabile delle reciproche insicurezze e dei bisogni di affermazioni -insomma, mani brandite come buoni fruttiferi dal lui e dalla lei insicuro o insicura, mani (per contro) placidamente intrecciate di chi si è già un po' messo alla prova.
Arrivato nel cortile di fronte alla scuola, mi son messo a pensare a quante volte noto questo gesto tra i miei coetanei.
Poche, ecco la risposta. Qualcuno m'è venuto in mente: ma sono le neocoppie di quarantoltrenni reduci da divorzi o separazioni o reincontrati dopo evi, antropologicamente un'altra cosa, destinati costitutivamente ad essere parentesi alla regola. Tra coppie consolidate, se mi si passa, per beneficio cronologico, quest'evidente ossimoro (direi forse meglio: tra coppie che scommettono un giorno in più ancora su se stesse), poco da fare: il prendersi per mano è uno sdilinquimento, un cedimento, siamo tutti in carriera e lanciati verso vette di successi, suvvia, siamo nel pieno dell'efficienza, il che vuol dire che l'efficienza la stiamo perdendo (chi è davvero nel pieno, nemmeno pensa di doverlo pensare, un simile pensiero), e detta efficienza deficitante e già deficiente finalizziamo ad efficaci brancicamenti, nascosti ed interessati (a coprire serate libere, pause pranzo o caffè) corteggiamenti, accoppiamenti atletici e sintomatici.
Il prendersi per mano, pensavo entrando ormai a scuola, lo riconquisteremo -se ci sarà dato- quando avremo fatto i conti con tutto il suddetto sudare. I saggi, prima; gli altri, da vecchi.
sabato 15 maggio 2010
gli occhi parlano
L. è un commercialista che si è fatto una certa posizione. Compiuti i 45, ha abbandonato i completi grigi ed il capello corto,ha cominciato ad accostare camicie aperte a jeans, maglioncini e giacche colorate. Salta la pausa pranzo e va in piscina.
Ieri l'ho incrociato sotto casa sua, gli son passato accanto in auto, ne ho intercettato lo scorcio di un profilo, ed in quel profilo stava la stanchezza di qualcosa in più dei suoi anni, che sono anche i miei. Stava la fatica di averne di meno.
S. ha pure la mia età; accompagna le sue bambine a scuola, la mattina, saluta tutti nel percorso tra parcheggio e istituto, si ferma a parlare con conoscenti e amici e amiche, continua a farlo poi al bar, poi torna al parcheggio, trova ancora qualcuno con cui parlare o risponde al telefono. Ma al momento di aprire la portiera dell'auto -ieri l'ho vista, mentre salivo sulla mia- gli occhi le si spalancano in un vuoto che nessuno conversazione, nessun caffè, nessun messaggio o telefonata potrà colmare.
R. è diventato direttore della filiale della sua banca, tutto il giorno sta concentrato in ufficio, la cravatta blu perfettamente simmetrica rispetto alle punte del collo della camicia. Qualche mattina fa, una di quelle in cui la primavera sembrava qualcosa, gli sono passato accanto nel momento in cui scendeva dal suo scooter, e, mentre si toglieva il casco, gli occhi gli brillavano della gioia del percorso fatto in motorino, come quando eravamo al Liceo. Gli appuntamenti in banca, in quell'istante, potevano aspettare.
V. l'ho salutato mentre attraversava il semaforo. Ha accompagnato anche lui i figli a scuola, veloce ed efficiente, poi si è voltato ed ha preso l'andatura sghemba e lenta di chi deve ancora rimettere in sesti i frantumi di una separazione. Nei suoi occhi, mentre ci salutavamo, stavano tanti pensieri incompiuti.
Poi, in auto, mi son guardato anch'io allo specchio, per vedere se i miei occhi mi dicevano qualcosa. Ma non c'è che fare, mi son detto: loro parlano quando non ci stai pensando; forse qualcuno, in un momento d'interesse effimero o di lungo corso, li coglierà. Tu no.
Ieri l'ho incrociato sotto casa sua, gli son passato accanto in auto, ne ho intercettato lo scorcio di un profilo, ed in quel profilo stava la stanchezza di qualcosa in più dei suoi anni, che sono anche i miei. Stava la fatica di averne di meno.
S. ha pure la mia età; accompagna le sue bambine a scuola, la mattina, saluta tutti nel percorso tra parcheggio e istituto, si ferma a parlare con conoscenti e amici e amiche, continua a farlo poi al bar, poi torna al parcheggio, trova ancora qualcuno con cui parlare o risponde al telefono. Ma al momento di aprire la portiera dell'auto -ieri l'ho vista, mentre salivo sulla mia- gli occhi le si spalancano in un vuoto che nessuno conversazione, nessun caffè, nessun messaggio o telefonata potrà colmare.
R. è diventato direttore della filiale della sua banca, tutto il giorno sta concentrato in ufficio, la cravatta blu perfettamente simmetrica rispetto alle punte del collo della camicia. Qualche mattina fa, una di quelle in cui la primavera sembrava qualcosa, gli sono passato accanto nel momento in cui scendeva dal suo scooter, e, mentre si toglieva il casco, gli occhi gli brillavano della gioia del percorso fatto in motorino, come quando eravamo al Liceo. Gli appuntamenti in banca, in quell'istante, potevano aspettare.
V. l'ho salutato mentre attraversava il semaforo. Ha accompagnato anche lui i figli a scuola, veloce ed efficiente, poi si è voltato ed ha preso l'andatura sghemba e lenta di chi deve ancora rimettere in sesti i frantumi di una separazione. Nei suoi occhi, mentre ci salutavamo, stavano tanti pensieri incompiuti.
Poi, in auto, mi son guardato anch'io allo specchio, per vedere se i miei occhi mi dicevano qualcosa. Ma non c'è che fare, mi son detto: loro parlano quando non ci stai pensando; forse qualcuno, in un momento d'interesse effimero o di lungo corso, li coglierà. Tu no.
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